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CINQUE
GIORNI
interamente scalzi
Da
tre anni sta diventando consuetudine una piccola fuga scapola con amici
per andare all’estero a visitare dei musei d’auto/treni/aviazione che
interessano soprattutto me e annoiano mia moglie quando viaggiamo insieme.
Complice
il ponte lungo del 25 aprile, quest’anno abbiano voluto fare 5 giorni in
Germania per visitare il museo Audi-Auto Union di Ingolstadt (Baviera), Hörch
a Zwickau (nella ex-DDR) e Daimler-Chrysler a Stoccarda.
Dopo
l’esperienza dello scorso anno non ho avuto difficoltà a stare tutti i
5 giorni completamente scalzo, aiutato anche dal fatto non ha nemmeno
piovuto e le temperature si sono mantenute fra i 23° e i 28°C, cosa del tutto inusuale
a quelle latitudini.
Unica
eccezione il parco dei bastioni di Ingolstadt, da attraversare per recarsi
dall’ultimo anello di parcheggi gratuiti che si frappone fra la cinta di
espansione urbana moderna e la città medievale. In questo piccolo bosco
le stridette di attraversamento erano coperte di “splitt” (come lo
chiamano i barfusser tedeschi), ovvero un brecciolino di ghiaia fine ma
appuntito, davvero fastidioso. Comunque si è trattato di pochi minuti
all’andata e pochi al ritorno, giusto per l’attraversamento.
Dunque:
mi sono visitato, scalzo e senza portarmi dietro nemmeno delle infradito
d’emergenza, il Museo Audi, una costruzione a pianta circolare di
quattro piani più seminterrato, contenente la collezione di vetture con i
quattro anelli, che – per chi non lo sa – rappresentano le 4
marche d’auto che, consorziandosi, hanno dato vita alla Auto Union, e
cioè, nell’ordine dalla marca di utilitaria a quella di lusso, DKW,
Wanderer, Audi e Hörch.
August
Hörch fondò la marca che portava il suo nome a Zwickau nel 1908 e poi
anche la Audi nel 1909 (che altro non era che la traduzione latina del suo
cognome). Trasferita la Hörch nella vicina Werdau a Zwickau rimase la
Audi, che nel dopoguerra rimase nella zona sovietica prendendo il nome
Sachsenring e cominciando, nel 1957 a produrre le famose Trabant.
Dei
tre musei che ho visto quello di Zwickau è stato il più bello, perché
inserito nel contesto storico delle antiche fabbriche, ricostruito con
cura e con passione (ricomprendendo fra l’altro una stazione di servizio
della fine degli anni ’20 e una via con negozi che espongono nelle
vetrine merci che risalgono alla metà degli anni ’30).
Tanto
per dire come da quelle parti conti di più la persona che non quello che
indossa, un entusiasta custode del museo ha perfino insistito per farmi la
foto davanti ai 4 anelli del gruppo, ovviamente senza minimamente badare
ai miei piedi.
Il
terzo giorno siamo scesi da Zwickau verso Stoccarda. Prima di andare al
museo Daimler-Chrysler sono andato a una borsa di modellini d’auto che
si teneva nel paesino giusto a nord del museo. Le borse dei modellini sono
punti d’incontro tra collezionisti dove si portano i modelli che si
vogliono vendere o cambiare e dove si va per trovare ciò che manca nelle
proprie collezioni. Essendo collezionista, non ho voluto mancare questo
appuntamento, visto che era sulla strada.
Naturalmente
alla borsa sono andato scalzo e anche qui nemmeno il bigliettaio
all’ingresso ha espresso il minimo commento.
Dopo
sono andato al Museo Mercedes (più propriamente Daimler-Chrysler anche se
non c’è neanche l’ombra di una vettura americana del gruppo Chrysler
assorbito ormai da anni dalla Daimler-Benz).
Il
Museo stesso, inaugurato da un paio d’anni, lascia senza fiato. E’ un
immenso edificio a sezione grosso modo triangolare, di 8 piani !!!
Per
visitarlo tutto ci sono volute 4 ore e mezzo e abbiamo dovuto anche
sorvolare un po’ su certe parti, perché altrimenti non saremmo venuti
via in tempo per cominciare il rientro verso l’Italia, previsto per
domenica 29 aprile.
L’ultima
notte l’abbiamo passata ai margini della Foresta Nera. Anche in questo
caso sono andato a cena e a colazione senza scarpe, in un bellissimo
alberghetto gestito da quattro simpatiche befane.
Dopo
aver visitato un piccolo museo d’aerei nelle vicinanze, abbiamo diretto
la vettura verso Costanza, ultima città tedesca a ridosso del confine con
la Svizzera e siamo andati a pranzo nello storico ristorante Graf Zeppelin
(Conte Zeppelin), un ristorante che di suo tende un po’ al lusso, vista
la storica costruzione, l’arredamento interno e i prezzi del menù
(ampiamente ripagati dalla qualità e, soprattutto, dalla quantità). E
anche qui, come in tutti i casi precedenti, mi sono presentato a piedi
scalzi senza che nessuno facesse la minima obiezione.
Dunque
anche questa volta si è trattato di un viaggio bellissimo e scalzissimo.
Spero di ripetere la performance. Anche perché i miei piedoni sono stati
benissimo su tutte le superfici (eccetto il ghiaietto tritato fine di cui
accennavo all’inizio).
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Al
ristorante Graf Zeppelin di Konstanz, alle prese con un canederlo
dimensioni pompelmo con ragù di funghi alla crema e sostanzioso
piattone d'insalata freschissima di contorno.
E
succo di mele come bevanda.... (non mi piace la birra, ma il succo di
mela, a parte la mancanza di schiuma) somiglia molto... |