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GRANDE
e LUNGO VIAGGIO NELL’EUROPA CENTRALE
Avere
una macchina automatica gioca brutti scherzi. Perché invita a viaggiare e
pesa molto meno guidarla rispetto a un’automobile col cambio. Risultato:
3628 km in 10 giorni attraverso 6 nazioni (7 se si considerano i territori
della ex-Germania Est come una entità diversa dalla Germania Ovest e per
certi versi lo è ancora e la differenza è avvertibile da un viaggiatore
attento).
Si
parte da Torino per l’Austria via Udine-Tarvisio e la prima fermata,
dopo un pranzo scalzo in una pizzeria ospitata in una vecchia fornace nei
pressi di Padova, è sul bellissimo Wörtersee, un lago abbastanza grande
con molta ricettività e pensioncine pulite e a buon prezzo. Decido di
presentarmi scalzo alla reception che mi accoglie senza battere ciglio.
Sono un po’stanco perché la tirata è stata lunga (più di 625 km) e
ceniamo lì senza andare a cercare altri locali in giro.
Seconda
giornata a Graz. Piove e fa freddo e tengo i sandali. La città è bella,
si capisce, ma non invita a scalzarsi e comunque ci fermiamo poche ore.
Mangiamo un minestrone bollente in un carrozzone sulla piazza principale
che è attrezzato per la vendita di prodotti e cibi vegetariani “bio”.
E’ il primo che vedo nella mia vita ed’è anche abbastanza frequentato
(anche se meno del vicino che vende salsicce e birra). Proseguiamo verso
il confine della Slovacchia, restando ancora in Austria, con fermata a
Eisenstadt (città del compositore Haydn e capitale del Burgenland) e
notte passata nel vicino paesino di Rust, su uno splendido lago. A Rust
stazionano decine di cicogne, che è possibile ammirare indaffarate coi
loro nidi sui comignoli delle case.
Il
giorno dopo è stata la volta di Bratislava, capitale della Slovacchia, da
poco entrata in area euro (cosa che ci ha risparmiato un cambio in Corone,
diverse da quelle della Repubblica Ceca, ovviamente). Qui, nonostante la
temperatura non si alzasse oltre i 13°C ho affrontato la visita senza
scarpe (trenino turistico compreso), non senza destare qualche occhiata
perplessa. In compenso ho trovato un paio di impronte scalze impresse nel
bronzo lungo un marciapiede nei pressi della chiesa del francescani
(scalzi).
Puntata
successiva a Brno, inizialmente con pioggia. Il tempo da pecora-fredda (Schäfskalt),
come dicono in Germania quando arrivano questi venti da nord, non ci ha più
abbandonati, ma oltre al freddo (10-14°C al massimo) c’era anche vento
(talora a 50-60 Km/h, per fortuna non durante le visite a piedi), il che
non è uno svantaggio, perché le condizioni mutano rapidamente e dopo un
po’ ha smesso ed è riapparso il sole. Il giorno dopo sono passato per
la bella Olomuc, ma sempre calzato, per via del tempo. Finalmente a Koprìvnice
un po’ di sole. E via le scarpe che ho lasciato nell’hotel Tatra,
dietro alla fabbrica Tatra, di fronte ai monti Tatra e a lato del Museo
Tatra. Un po’ noioso ma, per chi non lo sapesse, la Tatra è una delle
poche case automobilistiche del 1800 tuttora in attività (oltre a Skoda,
Mercedes, Fiat, Renault e Peugeot). Il museo è tutto dedicato alle auto e
agli autocarri di questa gloriosa e poco conosciuta (in Occidente)
azienda. Inutile dire che al Museo ci sono andato scalzo, come pure al
Bankomat dopo aver sostato a lungo nello Shop del museo che non aveva le
carte di credito. La cassiera si è preoccupata che non avessi lasciato le
scarpe in giro e si è divertita molto all’idea che non le avessi
proprio…
Quindi
via per Cracovia, che è molto bella e *** vale il viaggio. Anche lì le
mutevoli condizioni del tempo ci hanno portato un acquazzone pomeridiano.
Essendo uscito d’albergo con le flip-flop, che sull’acqua scivolano
pericolosamente, è stato giocoforza toglierle. Devo confessare di aver
studiato un po’ la cosa in modo da avere una buona scusa con mia moglie
per stare scalzo…
Dopo
Cracovia la meta è stata il Santuario di Jasna Gora a Cestokowa. Quale
luogo ideale per improvvisarsi pellegrino scalzo, oltre ad esserlo
veramente?
Così
le scarpe sono rimaste ben celate in auto.
C’erano
delle Comunioni (o Cresime, non si è capito perché siamo arrivati al
volgere della cerimonia), per cui vi lascio immaginare decine di occhietti
di bimbi puntati interrogativamente sulle mie estremità inferiori. Ma a
me interessavano solo i bellissimi occhi della Madonnina nera che è molto
bella.
Il
giro ha ripreso in direzione Slesia per Wroclaw (la tedesca Breslavia), ma
mel mentre abbiamo visitato un altro paesetto con una chiesa piena di
affreschi medievali del 1300 circa, un vero gioiello di quel periodo e una
delle poche conservatesi perfettamente fino ai giorni nostri. Sosta
notturna nel quasi impronunciabile Brzeg: ce la facciamo perché è corto,
ma ci sono nomi in polacco che hanno 1 vocale ogni 8 consonanti e non puoi
nemmeno pagare per averne un’altra (di vocale)!!!
Anche
a Brzeg si possono trovare le allucinanti impronte dei miei alluci… Un
po’ meno a Breslavia, dove mi sono sfilato le Birkenstock per solo
alcune foto.
Da
lì è cominciato il ritorno, via Germania Orientale: prima Görlitz
(proprio al confine con la Polonia), poi la notte in un antico albergo di
Bautzen, luogo di battaglia dove 6000 austriaci fecero il pacco a 9000
prussiani. L’albergo all’epoca esisteva già. L’attuale proprietaria
è rimasta entusiasta del mio andare a piedi nudi. Il mattino dopo è
stata la volta della terribile Chemnitz, ricostruita dopo la guerra in
stile socialista e ridenominata Karl-Marx-Stadt anche se poco o nulla
aveva a che fare col filosofo. Presso Chemnitz visita scalza a un Museo di
autocarri, per lo più di produzione ex-DDR, ma anche alcuni pezzi
“occidentali”.
Ripartenza
per Erfurt che, al contrario di Chemnitz, è bellissima, avendo anche
sofferto molto meno per i bombardamenti. A Erfurt ho trovato la Barfußerstraße
e la Barfußerkirche (via e chiesa degli scalzi) e una curiosa Schuhgasse
(vicolo delle scarpe) per accontentare tutti…
La
mestizia del rientro si è stemperata ancora con un pernottamento a
Arnstadt, città di Johann Sebastian Bach, anche qui in una splendida
pensioncina con struttura a graticcio di legno. Anche qui l’albergatore
è rimasto incuriosito delle mie assenti calzature e a lui ho spiegato di
avere comode scarpe di vero cuoio, che tengono bene l’acqua e sono
riscaldate dall’interno (“bequeme Echtleder Schuhe, wasserfest und von
Innen beheizt”). Una visita al museo di giocattoli di Sonneberg
(vorrebbe dire monte del sole ma pioveva e c’erano si e no 7-8°C), che
ho fatto con i sandali e poi via verso l’Italia, via Ulm, Lindau,
Bregenz, Coira e Lugano.
Una
breve deviazione ancora presso Bregenz, a Dornbirn in quanto un cartellone
autostradale avvertiva della presenza di un Museo Rolls Royce. In effetti
c’era e la sorpresa è stata grande perché è quasi impensabile un
museo monotematico con oltre 100 prestigiose vetture di quel tipo. La
signora alla cassa si è preoccupata che non sentissi troppo freddo ai
piedi, ma anche qui ho tirato fuori la tiritera delle scarpe riscaldate
dall’interno. In effetti il pavimento era veramente gelido (non ho
capito con che materiale era fatto), ma fortunatamente i miei piedini 46
largo sono abituati e a ben altro (e i piani sopra avevano il parquet). La
conclusione del viaggio è avvenuta via Svizzera, dove mettere le scarpe
nel baule è ormai per me obbligatorio, con ottimo pranzo all’autogrill
di Majenfeld, la zona dove è ambientata la vicenda di Heidi.
E
anche questa splendida avventura si è conclusa positivamente.
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