Quel ramo del Lago di
Como
di Flavio Come
si dice?
Non c’è il due senza il tre.
Saggezza popolare o evidenza scontata in una prevedibilmente lunga serie
di eventi?
Comunque sia, dopo Bergamo Alta e Milano, cinque barefooters del Nord si
apprestano ad esplorare con le loro suole avide di sensazioni quel “ramo
del lago di Como”; e c’è una novità, ci accompagna una dama, una non
barefooter simpatizzante e curiosa di conoscere il nostro piccolo
universo: è la mia consorte Nancy.
L’incontro con Paolo F., Ares, Stefano e Andrea avviene alla stazione
ferroviaria di Como S. Giovanni, alle ore 10:45 circa; i loro volti sono
gia noti a mia moglie, che diventerà la nostra fotografa ufficiale.
Dopo le presentazioni di rito, si parte alla scoperta della città
lacustre; scendiamo una breve scalinata ed un segno del destino ci coglie:
una mano gigantesca si para di fronte a noi, quasi a ribadire il numero
cinque e noi cinque scalzisti siamo!
Si scattano un paio di fotografie di gruppo e si riparte; asfalto, porfido
e mattonelle di marmo accarezzano amorevolmente i nostri piedi nudi; è
davvero una bella giornata, avanziamo tra l’indifferenza generale che
Nancy nota subito: “Ma come! Non vi guarda nessuno”.
Eh, certo, la gente in realtà vede, ma si fa gli affari suoi; essere bfrs.
vuol dire avere il coraggio di infischiarsene di cosa pensano gli altri,
se poi questi non ci creano imbarazzo, tanto meglio.
Pieghiamo a destra e ci troviamo davanti allo splendido Duomo cittadino
del 1400; ce lo gustiamo, anche perché Ares, dimostrando una competenza
non comune, si improvvisa nostro cicerone.
Decidiamo di entrare; qualche dubbio ce l’abbiamo, ma non si dovrebbe
calpestare un suolo sacro scalzi?
Un solerte signore (il sagrestano?) controlla il flusso ininterrotto di
visitatori, ma non ci degna della sua attenzione; esploriamo, ammiriamo,
dibattiamo con Ares; il sorvegliante si avvicina e ci invita ad abbassare
la voce.
Entra una signora di mezza età in canottiera ed il solerte sovrintendente
le si para di fronte ergendosi in tutta la sua statura (un metro e
settantacinque scarsi), pare quasi un gigante di due metri ed oltre, con
il braccio destro alzato, la mano chiusa a pugno ed un indice teso in
segno di tremendo monito; la signora tace impietrita, lo osserva, non ha
il coraggio di replicare, gira i tacchi e, con le spalle curve come per
una colpa immane, esce dal tempio.
Me la rido, forse anche gli altri…….noi scalzi continuiamo
indisturbati la nostra visita.
Di nuovo fuori, ci dirigiamo velocemente, dopo aver deliziato i nostri
piedi con le onde del lago, verso la funicolare che ci porterà a Brunate
(980 metri s.l.m.).
Passiamo accanto ad un paio di eleganti ristoranti, alcuni camerieri ci
salutano invitandoci (leggo fra le righe) a consumare il pasto presso il
“loro” locale; ma come! Andremmo bene anche scalzi?
Pare di sì, evidentemente basta che paghi……
Il trenino sale lungo un ripido binario e ci sbarca in un paesino davvero
delizioso, come deliziosa è la temperatura dell’aria: 19 °C.
Obiettivo: raggiungere il Faro Voltiano, costruzione commemorativa
superpanoramica.
Si sale, si sale, i nostri piedi scalzi lavorano, assaggiano cubetti rosa
(sembra porfido) un po’ gibbosi, poi si giunge ad una mulattiera che ci
mette in crisi.
Che facciamo con questi ciotoloni, che se non affrontati correttamente
martellano fastidiosamente l’arco plantare, nostro tallone d’Achille?
:-) Deciso!
Ci calziamo provvisoriamente, sandali e infradito, tranne Stefano che
dimostra di essere davvero avvezzo a certe superfici non urbane; eccolo là,
viaggia spedito ad una certa distanza da noi, chi lo prende più?
Anche Andrea non scherza, ma avanza con più cautela.
Però, così non va; quell’infradito mi macina un po’ lo spazio
interdigitale.
Ohe, Andrea, ma quanto manca al Faro? Come mezz’ora!
Un attimo di sbandamento e qualcosa serpeggia fra noi: una biscia?
No, la perfida idea di lanciare Andrea dal Faro, ma certi di essere
premiati da un superbo spettacolo, schiacciamo la testa alla strisciante
idea e ci lanciamo all’inseguimento di Stefano e Ares, scalzo pure lui.
Che tosto questo Ares: vogliamo essere da meno?
In cima all’erta compare una visione paradisiaca: un cartello con
scritto “La Polenteria”…..uhmmm.
Io, Stefano e mia moglie, attratti da luculliana immaginazione, marciamo
verso la polenteria come falene attratte dalla luce.
Ma come fa troppo caldo, è meglio qualcosa di più leggero….e vabbé.
Ormai di nuovo tutti (meno una) scalzi ci sediamo alla deliziosa ombra di
un gazebo.
Scorrono le piadine ed anche fresca birra; mia moglie, abbandonata ogni
residua timidezza, dialoga come se avesse sempre fatto parte del gruppo.
Ci alziamo per cercare un belvedere gentilmente indicatoci dalla signora
del chiosco; dopo una furiosa lite fra Ares ed un paio di ricci di
castagno da tempo in attesa di un paio di suole non troppo allenate,
scattiamo qualche altra foto di gruppo; cinque ragazze si “accampano”,
vicino a noi apparentemente indifferenti.
Una di loro si scalza; abbiamo tutti la sensazione che l’incontro non
sia casuale.
Riprendiamo la marcia verso il Faro Voltiano, il tempo di raggiungere di
nuovo il gazebo e di affrontare la breve salita verso la meta finale che
ricompaiono le cinque ragazze; la più anziana (si fa per dire) di loro mi
avvicina e mi chiede perché camminiamo scalzi; rispondo che lo facciamo
semplicemente perché ci piace e che quando una persona come noi scopre di
condividere la stessa passione con altri simili, ecco che nascono i
gruppi, le associazioni e nasce il desiderio di compiere escursioni
insieme.
La donna di Ragusa mi risponde che anche lei, quando era ragazzina,
camminava spesso scalza; le facciamo osservare discretamente che potrebbe
ricominciare e le consigliamo di consultare il nostro sito.
Le salutiamo e dopo pochi minuti siamo alla meta; siamo accolti da un bel
cane festoso.
Il guardiano del faro?
Ma, no; è di una coppia di visitatori che si appresta alla discesa.
Il Faro è nostro, dieci piedi scalzi lo accarezzano, mentre i nostri
occhi si nutrono di stupore puro.
Guarda Como, quella è Villa Olmo, ecco Chiasso e l’arroccato Cernobbio.
Quella lunga lingua blu sembra davvero un ritaglio di cielo incollato
laggiù, graffiato da mille scie dei nostri tecnologici mostri
dell’aria.
Chiacchieriamo allegramente, deliziati da una brezza tesa che ci fa
dimenticare il caldo estivo; immaginiamo di realizzare una veranda da
sogno.
Due o tre fotografie, cercando di immortalare anche i nostri amati piedi
nudi, sono d’obbligo; non è facile, perché lo spazio è davvero
limitato.
E’ ora di rientrare.
Scegliamo la strada asfaltata; è più lunga, ma ci consente di non
ricalzarci più.
Marciamo velocemente verso la stazione ferroviaria; sul lungolago una
signora che vende quadri ci avverte della presenza di vetri, ma noi
barefooters abbiamo un colpo d’occhio inimitabile.
Io e mia moglie ci attardiamo in coda, a pochi metri dal gruppo: un paio
di ragazze sedute al tavolo di un bar osservano transitare gli scalzi e
commentano.
Non riesco a cogliere l’intero discorso, ma sento chiaramente le parole
“scalzi a Milano”; la nostra fama cresce?
Vorremmo fare una bella fotografia di gruppo davanti ad un elegante
negozio di scarpe, ma il riflesso della vetrina ci impedirebbe di scorgere
l’interno; peccato, era una bella ironia.
E’ proprio il momento di lasciarci: il treno parte di li a poco, alle
19:16.
Un abbraccio ed alla prossima.
Io e Nancy ci incamminiamo verso la nostra autovettura.
Mia moglie non dimenticherà facilmente una giornata così; mi incarica di
scrivere che siete persone veramente speciali e che non immaginava che si
sarebbe divertita così.
A voi dico: grazie ragazzi, per la vostra deliziosa compagnia.
Ci rivedremo, spero, presto.
Orsù, dame, seguite l’esempio di mia moglie, lucidate gli scudi dei
vostri cavalieri e seguiteli, qualche volta, nelle loro leggendarie
imprese.
Essi, ne sono sicuro, ne saranno davvero felici e riconoscenti. |