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GIANCARLO D. (Jo) |
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Dunque: credo di aver cominciato quando avevo nove o dieci anni. All’epoca abitavo in campagna e tutti gli amichetti erano figli di contadini e contadini essi stessi: eravamo una masnada di ragazzini e/o ragazzine perennemente a piedi nudi, tra fratelli, sorelle e cugini; scalzi si stava nei campi, quando si irrigavano i pomodori; scalzi si entrava nel pollaio o nella stalla. Pestare una torta di vacca non costituiva un evento drammatico ma comico, piuttosto; unica precauzione, sacrosanta, era l’anti tetanica. In primavera o in estate, per andare a scuola c’erano gli zoccoletti che all’uscita, per scendere le scale, le maestre ci facevano togliere onde evitare una cagnara indecorosa e altrimenti incontenibile. La pacchia finì, quando con la famiglia dovetti trasferirmi in città: ciò che in campagna era del tutto normale, a Roma non lo era per niente; diventai uno scarpato regolare. Però al principio degli anni ’70 si parlava profusamente dei “figli dei fiori”: e talvolta capitava di avvistare turisti scalzi, isolati o in branchi; e per rinverdire i trascorsi giovanili cominciai a farlo anch’io. Mi erano rimaste suole a prova di foratura e foderate d’amianto: anche verso le due o le tre del pomeriggio, quando il sole era impietoso, non provavo un disagio enorme; meglio i sampietrini che l’asfalto, però. Se proprio volevo stare con le “idee” al fresco, c’era la cordonatura dei marciapiedi; poi, per il bar sotto casa o i bottegai della zona che oramai non ci facevano più caso, ero solo un pazzo eccentrico e innocuo: bastava che pagassi. Chi lo sa? Forse i residenti del centro storico (abitavo a un tiro di schioppo da piazza Farnese) erano di mentalità più aperta; avessi abitato in periferia, non so se l’avrei fatto d’abitudine. D’inverno, zoccoloni svedesi rigorosamente senza calze (non ho mai saputo cosa fosse un raffreddore o un’influenza) e in estate, infradito o niente del tutto; anche in Facoltà accettavano bonariamente i miei piedi nudi: ad Architettura c’era un certo anticonformismo. Finché, nel giugno dell’80, io e la mia fidanzata ce ne andammo in gita a Firenze; portavamo quei sandali indiani con l’anello di cuoio sul ditone, di moda all’epoca. Ma con i trentacinque gradi garantiti di quel giorno i piedi si erano gonfiati, tanto che parevano salami nella legatura; in Orsanmichele, nel fresco del tempio, togliemmo le dannate calzature e rifiatammo. Al momento di uscire dissi: “Tu fai come ti pare. Io me li porto in mano” “Allora, anch’io”, concluse lapidaria. Da quel momento sentii che mi sarebbe appartenuta per la vita, come infatti è stato; e ci aveva preso tanto gusto, la giovanotta, che si fece il viaggio in treno rigorosamente scalza fino a Roma. Oltre agli scatti già presenti nella nostra galleria (John & Jane), quelli di Firenze e quelli di ventisei anni dopo, fatti a Venezia in occasione del nostro venticinquesimo: lì, per otto giorni otto siamo rimasti ininterrottamente scalzi. Ciabatte sempre al seguito, ma mai indossate; mai, nei ristoranti, bar o musei alcuno ci ha fatto storie: una sentita benedizione ai veneziani! Ecco qua. Ciò che si doveva dire è stato detto; aggiungo che io ho sessantatre anni e sono architetto; mia moglie ne ha cinquantacinque ed è dottore commercialista. E aggiungo anche che una moglie così è una benedizione! |
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