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| Le origini | Hikers | Dove siamo | Profili | - Il Club - |
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Sicuramente
devo essere nato scalzo. Non me lo ricordo, però dei miei primi anni ricordo, al ritorno dallo sfollamento
nel ’45, le buche lasciate dalle bombe in città, e che mi piaceva
andare scalzo.
Infatti
quando andai all’asilo, se potevo nascondermi, mi toglievo le scarpe e
facevo un giretto a piedi nudi. In
seguito mi capitò invece di fare altre esperienze in montagna. Poi
è arrivata Internet, ho scoperto per caso il Club dei Nati Scalzi ed è
tornata la voglia di riprendere davvero. I
miei record. Posso decidere senza problemi dove e quando andare scalzo e questa è una gran cosa, vi pare? |
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Ho
cominciato a camminare scalzo negli anni '70, quando ero un ragazzino: ho
cominciato insieme ad altri ragazzi al mare, prima nella parte "non
sabbiosa" di uno stabilimento balneare, poi per le vie delle località
marine. |
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Qualche
dubbio sul fatto che si fosse “obbligati” a portare le scarpe l’avevo
fin da bambino anche se ho giocato scalzo solo qualche volta e in casa.
Nella pace della campagna alessandrina dove andavamo qualche giorno tutte
le estati, ho fatto i miei primi passi fuori dai sandali. A proposito. Ho
sempre portato le infradito di gomma da poche lire e sono oggi di nuovo di
moda. A
16 anni i miei mi hanno portato in Alto Adige dove ho scoperto che almeno
metà dei bambini e ragazzi camminava scalzo nei paesi, nei campi, nei
boschi. In Austria (il confine era solo a 7 km dalla località di
villeggiatura) anche i giovani sui 20-25 anni andavano spesso in giro a
piedi nudi. Così anch’io, anche se la cosa mi faceva un effetto
tremendo. Ricordo di essere salito con la seggiovia (solo andata) e
ridisceso lungo il versante con le scarpe in mano, provando l’ebbrezza
della rugiada di montagna, ma pronto a re-infilarmi subito le scarpe se
vedevo qualche altro escursionista. Per fortuna ho incrociato da vicino
solo una coppia, così non ho dovuto togliere e mettere le scarpe troppe
volte. Ci
volevano il sito dei Natiscalzi e il forum di www.hobby-barfuss.de,
e la preziosa compagnia di Franco Agripa per sbloccarmi un po’. Ho
acquistato i finti sandali (mi piace chiamarli scalzature) e con questi
vado e vengo dal garage dove tengo il motorino che mi porta al lavoro. In
ufficio le indosso, fra i sorrisi compiaciuti dei colleghi. Recentemente
ho trovato il coraggio di andare con quelle al Lidl e al Conad a fare
spesa, e, da poco, addirittura di rientrare a casa dalla centralissima
Piazza Castello a piedi completamente nudi. Un poco alla volta e sempre da
solo. Mia moglie non tollererebbe che mi faccia vedere per Torino senza
scarpe, anche se mi “permette” di camminare scalzo con lei quando
siamo all’estero. Infatti, sempre da ragazzo, sapevo di popolazioni indiane d’america che vivevano scalze anche d’inverno, per non parlare della tribù degli Ona, che se ne stavano COMPLETAMENTE NUDI in Patagonia, dove i venti non sono certo tropicali nè gli inverni temperati (per inciso la tribù è stata sterminata dall’uomo bianco che ha voluto civilizzarla imponendogli gli abiti nella più bieca osservanza del comandamento “vestire gli ignudi”: peccato che i missionari spagnoli abbiano portato agli Ona, insieme ai vestiti, anche i bacilli del raffreddore, malattia con cui gli Europei convivono da secoli ma sconosciuta agli abitanti di quelle zone, che sono tutti morti letteralmente di raffreddore....). Così, ben prima di leggere i consigli dell’Abate Kneipp ho provato a camminare scalzo anche sulla neve. Se ci riuscivano gli amerindi ci potevo provare anch’io. Con un po’ di allenamento adesso sono in grado di camminare anche 50 minuti e fino a quasi 2 ore se la temperatura esterna è compresa fra 0°C e 3°C e se sono adeguatamente coperto nel resto del corpo. Se le temperature esterne sono molto inferiori allo zero mi limito a pochi minuti. E’ importante avere un cappello in testa perché è la testa che disperde il maggior calore corporeo, mentre i piedi sono la nostra centrale termoregolatrice... E’
difficile convincere gli altri che non è masochismo o fachirismo, quanto
invece una sensazione stranissima per cui al freddo iniziale subentra una
reazione circolatoria molto intensa che è perfino molto piacevole. L’unica
istruzione è di tenere ben d’occhio il colore dei piedi. Se restano di
un bel rosa acceso, va tutto bene. Se incominciano a diventare bianchi e
sentire fitte di freddo è bene rientrare di corsa in caldi calzettoni e
scarpe chiuse ben spesse e isolate. |
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Quando
ero bambina osservavo con orrore, alla spiaggia, i piedi delle donne
adulte: deformati, callosi, le dita accavallate l'una all'altra, e mi
chiedevo: dovranno proprio diventare così anche i miei? Poi ho scoperto
che non dipendeva dall'età, ma da come i piedi venivano trattati. Io che
non ho mai e poi mai sopportato i tacchi, anche quando non avevo ancora
messo in discussione le scarpe, per fortuna ho avuto meno danni di altri;
e andando scalza sempre di più mi trovo oggi ad aver recuperato
completamente la funzionalità dei miei piedi: mobilità totale delle dita
e delle articolazioni del 'corpo' del piede, e una bella soletta morbida e
resistente sotto la pianta, scomparsi anche quasi tutti i pochi calli che
avevo e che erano causati dalle scarpe e dal mancato attrito con il suolo. Sono andata scalza nella mia vita in varie occasioni molto saltuarie nella mia giovinezza, spesso in situazioni di vacanza, quando ho incominciato a staccarmi dalla famiglia in cui andare senza scarpe proprio non se ne parlava. L'illuminazione però l'ho avuta verso i 21 anni, andando per la prima volta a Venezia e sentendo l'impulso di togliermi i sandali per 'sentire' meglio il posto: per 3 giorni non li ho mai più rimessi ai piedi, ed ho scoperto un mondo che non immaginavo esistesse: come chi riacquista improvvisamente la vista che non sapeva gli mancasse! le calli avevano una loro grana, una loro temperatura, una 'scrittura' di percorsi invisibili agli occhi ma chiarissimi alla pianta dei miei piedi che, seguendoli, scopriva itinerari e luoghi che altrimenti mi sarebbero rimasti ignoti. Poi c'è stato di nuovo un periodo in cui le scarpe le toglievo solo in casa; però ormai sapevo, e così, dopo la nascita del mio primo figlio ho cominciato a capire, guardando lui, cosa significa lasciare il piede libero di funzionare come la natura lo ha concepito, e ho ripreso a togliermi le scarpe appena potevo. Ho cominciato a fare escursioni nei boschi (specie pineta) scalza, imparando molto su questo nuovo senso. Parallelamente ho alleggerito sempre di più le mie scarpe, non sopportando più quelle chiuse nemmeno l'inverno. Ho eliminato i calzini, scoprendo che era meglio una scarpa bagnata a 'pelle' che una con un impacco bagnato di calzino, quando pioveva (adesso so che la cosa che si asciuga più in fretta e si riscalda prima è un piede scalzo). Quando
ho trovato il forum dei natiscalzi è stato un piacere scoprire che non
ero l'unica matta a voler andare in giro senza le scarpe come 'tutte le
persone normali', e questo mi ha incoraggiato ad avventurarmi scalza anche
in mezzo alla gente. |
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La
sensazione di piacere e di libertà che provo camminando scalzo, è
affiorata alla tenera età di 4 anni. Dai
4 ai 16 anni, mi scalzavo appena ero solo in casa; facevo lunghe
passeggiate in giardino a piedi nudi; purtroppo terminavano appena mia
madre e mio padre mi rimproveravano dicendo che mi sarei ammalato. I
loro suggerimenti e, il "sapere di non essere solo" mi hanno
conferito il coraggio di affrontare il dissenso dei miei genitori e la
vergogna che provavo sotto quelli sguardi che fissavano il mio come un
"comportamento anomalo". |
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Diddi
è originario dell’Assia Settentrionale (Germania), ha 45 anni, è un
artista pubblicitario, e considera perduto ogni giorno in cui non riesce a
ridere fino alle lacrime.
Da
quando soffro di sclerosi multipla, la parola "barefooting" ha
assunto per me un significato molto particolare. Da
quando si è manifestata la malattia, nelle stagioni calde inorridisco
soltanto al pensiero di dover sopportare calze e scarpe, perché mi
provocano un caldo eccessivo e un senso di bruciore fastidioso ed inoltre
mi ottundono parzialmente la sensibilità. Ho come la sensazione che i
piedi debbano scoppiarmi da un momento all’altro, per cui seguo il
vecchio detto popolare tedesco “Camminare scalzi fa bene alla salute”. Io
penso che i barefooter ispirino più simpatia di quelli che imprigionano i
piedi nelle scarpe chiuse, in quanto danno l’idea di essere persone
miti, sincere, amabili e umane. E dire che soltanto ancora un anno fa mi vergognavo a presentarmi scalzo in pubblico. Mi limitavo a togliere le scarpe in piscina, ovvero dove lo fanno tutti. Pensavo che non fosse opportuno per un uomo di 42 anni entrare scalzo ad esempio in un negozio a fare commissioni. Oggi invece riesco ad andare scalzo dappertutto senza farmi più nessun problema. |
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Ogni
mattina la sveglia suona alle 6. Esco da casa e faccio un giro scalzo nel
prato e nell'orto, bagnati dalla rugiada. La testa si sveglia
immediatamente e il buonumore è assicurato. Questo ultimo aspetto è
quello che più mi colpisce, mi meraviglio di non aver fatto questo
collegamento in passato. Il buonumore che prende a chi cammina scalzo è
una cosa che "intender non la può chi non la prova". Come
medico posso dire senza tema di sbagliare che la camminata scalza
favorisce la produzione e liberazione di endorfine da parte del cervello.
Dal punto di vista scientifico questa sarebbe solo un'ipotesi, ma chi fa
l'esperienza di camminare scalzo lo sa bene. Le endorfine sono i mediatori
chimici del nostro benessere e della nostra energia vitale, con il
rinforzo degli aspetti positivi della vita: energia, buonumore, equilibrio
ormonale e immunitario. Per produrle non è necessario andare scalzi; però
è certo che tutto il sistema delle endorfine si potenzia con lo stimolo
della pianta del piede, l'esistenza della riflessologia confermerebbe
questa ipotesi. Ringrazio
di aver ripreso l'argomento; ho da dire che io non ho dubbi sul
miglioramento del funzionamento del sistema delle endorfine (sia sulla
loro produzione che sulla liberazione)con lo stimolo plantare. Dato che la
pianta del piede è così sensibile che il solletico viene percepito da
tutti in modo intenso e anche talora fastidioso, non crederemo certo che
la natura abbia creato un organo così sensibile senza una più estesa e
utile funzione! Enzo parla di "droga naturale", e in certo senso
ha ragione: si parla di dipendenze positive quando si tratta di
comportamenti (fra cui c'è anche lo sport) che arricchiscono la persona e
la rendono soddisfatta e capace di far progetti. Al contrario le
dipendenze negative impoveriscono, rendono insoddisfatti e chiudono
l'orizzonte delle persone: sono queste le droghe. Le dipendenze positive
sono tali perché stimolano la produzione di endorfine che sono
"droghe naturali" (benché io provi ripugnanza a chiamare droghe
sostanze nobilissime che sono le vere ricchezze di cui la natura ci ha
dotati), e quando vengono interrotte lasciano un senso di mancanza, pur
senza dare una crisi di astinenza paragonabile a quelle che si ha con
l'uso di droghe: questa mancanza è dovuta al fatto che l'organismo ha
imparato a contare su questo stimolo. L'interruzione dei comportamenti
positivi comunque non fa alcun danno sostanziale perché lascia i serbatoi
pieni e ben funzionanti, al contrario della droga che blocca la produzione
delle endorfine e quindi lascia l'organismo svuotato e impoverito. |
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Entro
questa Estate 2006 per la prima volta nella realtà scalza. |
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CONTESSA SCALZA |
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Fin
da bimba mi sono guadagnata il "titolo" (soprannome), che oggi
ancora difendo con onore, di "Contessa Scalza". Come si deduce,
ho sempre amato camminare "scalza" per tutti i 43 anni della mia
vita fino a oggi, per infiniti motivi..... ma sicuramente soprattutto per
il senso di piacere, di libertà che mi dà, e di reciproco contatto con
la terra. |
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ALEX |
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Per lavoro guardo le stelle e forse per questo per diversi anni ho trascurato di badare alla terra e soprattutto ai piedi. Poi ho ascoltato una intervista radiofonica ad un barefooter e mi è tornato alla mente come da adolescente mi fosse sempre piaciuto andare scalzo. Più di una volta mi sono divertito a passare delle giornate sempre scalzo vivendo in campagna ma tra alberi di castagno). Così ho iniziato a navigare nel web fino a trovare il Club dei nati scalzi ma soprattutto ho ritrovato il piacere del piede libero. Credo che il mio pensiero
sia essenzialmente questo: |
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MICHELA |
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Mi chiamo Michela ed ho
conosciuto per caso questo sito. |
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PINO |
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La
mia storia inizia molti anni fa, quando, realizzando un desiderio che
avevo dentro dall’infanzia, riuscii a buttare da un lato gli zoccoli che
indossavo …. Ma andiamo per ordine. In
verità quanto ho raccontato, e come l’ho descritto, appare come volessi
dimostrare con gli episodi narrati, che dico il vero, che amo camminare
senza scarpe… e basta. |
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RAlf |
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Sono nato nel 1957 e mi chiamo Alfredo ma nell'ambiente della subacquea, la mia grande passione, sono conosciuto come RAlf. Da quando mi sono messo una bombola sulla schiena ed ho potuto respirare sott'acqua da un erogatore ho capito che nella mia vita non avrei desiderato che questo più di ogni altra cosa. Sono orgoglioso di essere un sommozzatore. A differenza di molti subacquei che cercano le acque tropicali io mi immergo nei nostri mari che sono freddi, scuri e spesso torbidi. La mia specialità sono i relitti sui quali scendo in configurazione tecnica facendo anche dei filmati. La mia fascia di confort è fra i 50 ed i 60 metri, il mio obbiettivo raggiungere i 100 metri di profondità. Questa era la mia vita prima che l'ictus mi colpisse. Chi fa questo tipo di immersioni è consapevole dei rischi che si corrono: anche se tutte le precauzioni sono state prese non vuol dire che quel profilo, fatto tante altre volte, non crei una pdd che possa arrivare a provocare una paralisi o peggio. Inoltre. anche le convulsioni in acqua sono letali. E' un rischio che si valuta e delle cui conseguenze si è consapevoli. Ma quello che mi è successo non è avvenuto durante una profonda immersione ma in casa, mentre ero in famiglia. Ho passato giorni su una carrozzina o steso su un letto perchè anche stare seduto mi creava dei problemi. Non riuscivo più a camminare e non avevo il controllo del movimento delle braccia. La disfagia mi impediva di mangiare e bere: avevo un sondino nasogastrico con un temporizzatore che mi dosava il nutrimento. Passavo il tempo guardando e riguardando i miei filmati e le mie foto mentre i pochi intimi a cui avevo comunicato quanto mi era successo costantemente si informavano sulle mie condizioni. Da quei momenti, quando tutto sembrava ormai perduto, è cominciata la mia battaglia personale per riprendermi quanto stava per essermi tolto, e non era la prima volta: VOLEVO tornare alla mia vita, tornare ad immergermi e raggiungere i miei 100 metri. Così ho reimparato a camminare, come fanno i bimbi all'inizio, attaccandomi ai mobili, alle pareti, al braccio di mia moglie che mi è stata sempre vicino, fino a che sono riuscito a farcela da solo, e poi a salire e scendere le scale e di nuovo tornare a guidare. I dottori hanno detto che l'età e la forma fisica hanno contribuito ad una veloce ricostruzione dei canali neurali ma di fatto si sono stupiti della progressione del mio recupero. Poi, mentre una mattina presto camminavo da solo nel prato intorno a casa, mi sono fermato a guardare le scarpe che avevo ai piedi e mi sono ricordato di quando da bambino giocavo scalzo nel campetto dietro casa di mia nonna a Rimini, di quando da ragazzo facevo joga sempre scalzo e di quando mi toglievo le scarpe durante le passeggiate in campagna con gli amici, ficcando i piedi nudi un pò dappertutto. Così mi sono tolto le mie belle scarpette ginniche ed in quel momento ho "sentito" la terra sotto ai miei piedi ed i fili d'erba fra le dita.... Certe volte basta molto poco per commuoversi. Da quel momento cerco di stare scalzo più che posso, con disappunto di mia moglie che è preoccupata mi possa accadere qualche problema, ma scalzo mi sento bene e non ho paura di eventuali complicazioni. Qualcuno ogni tanto mi imputa di esagerare o mi rimprovera un eccesso di entusiasmo: il fatto è che non riesco a fermarmi perchè quei 100 metri di profondità sono ancora oggi il mio obbiettivo a cui non riesco rinunciare per cui, anche con le bolle sotto ai talloni, continuo ad andare avanti. Quando è successo tutto questo? L'ictus mi ha colpito il 26 dicembre 2008. Da allora sono un pò ingrassato ed ogni tanto barcollo ma recentemente mi hanno dato il nulla osta per le immersioni, limitate per ora ai 30 metri. Non è una cosa fantastica? |
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ANDREA D. |
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Sono nato anch'io senza
scarpe, ma da piccolo non sopportavo nemmeno di stare senza calze, mi
vergognavo tremendamente di mostrare anche una parte del piede nudo.
Con l'adolescenza cominciò una certa voglia di stare scalzo e cominciai a
portare i sandali, ma mi vergognavo a camminare scalzo e così ho passato
una gioventù calzata. Ricordo che sui diciotto anni, in una casa che mi
ospitava, vidi appesa su un muro quella poesiola che qualcuno attribuisce
a Borges (ma credo sia di un oscuro saggista statunitense), che diceva
"Se tornassi a vivere un'altra volta ... comincerei piú presto a
camminare scalzo a primavera". Leggere quelle parole forse cambiò la
mia vaga voglia di stare scalzo in un desiderio piú consapevole,
accompagnato dal desiderio di libertà. Allora ho cominciato a stare
scalzo in casa e ad avventurarmi ogni tanto per la strada, ma
sporadicamente. |
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GIANCARLO D. |
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Dunque: credo di aver cominciato quando avevo nove o dieci anni. All’epoca abitavo in campagna e tutti gli amichetti erano figli di contadini e contadini essi stessi: eravamo una masnada di ragazzini e/o ragazzine perennemente a piedi nudi, tra fratelli, sorelle e cugini; scalzi si stava nei campi, quando si irrigavano i pomodori; scalzi si entrava nel pollaio o nella stalla. Pestare una torta di vacca non costituiva un evento drammatico ma comico, piuttosto; unica precauzione, sacrosanta, era l’anti tetanica. In primavera o in estate, per andare a scuola c’erano gli zoccoletti che all’uscita, per scendere le scale, le maestre ci facevano togliere onde evitare una cagnara indecorosa e altrimenti incontenibile. La pacchia finì, quando con la famiglia dovetti trasferirmi in città: ciò che in campagna era del tutto normale, a Roma non lo era per niente; diventai uno scarpato regolare. Però al principio degli anni ’70 si parlava profusamente dei “figli dei fiori”: e talvolta capitava di avvistare turisti scalzi, isolati o in branchi; e per rinverdire i trascorsi giovanili cominciai a farlo anch’io. Mi erano rimaste suole a prova di foratura e foderate d’amianto: anche verso le due o le tre del pomeriggio, quando il sole era impietoso, non provavo un disagio enorme; meglio i sampietrini che l’asfalto, però. Se proprio volevo stare con le “idee” al fresco, c’era la cordonatura dei marciapiedi; poi, per il bar sotto casa o i bottegai della zona che oramai non ci facevano più caso, ero solo un pazzo eccentrico e innocuo: bastava che pagassi. Chi lo sa? Forse i residenti del centro storico (abitavo a un tiro di schioppo da piazza Farnese) erano di mentalità più aperta; avessi abitato in periferia, non so se l’avrei fatto d’abitudine. D’inverno, zoccoloni svedesi rigorosamente senza calze (non ho mai saputo cosa fosse un raffreddore o un’influenza) e in estate, infradito o niente del tutto; anche in Facoltà accettavano bonariamente i miei piedi nudi: ad Architettura c’era un certo anticonformismo. Finché, nel giugno dell’80, io e la mia fidanzata ce ne andammo in gita a Firenze; portavamo quei sandali indiani con l’anello di cuoio sul ditone, di moda all’epoca. Ma con i trentacinque gradi garantiti di quel giorno i piedi si erano gonfiati, tanto che parevano salami nella legatura; in Orsanmichele, nel fresco del tempio, togliemmo le dannate calzature e rifiatammo. Al momento di uscire dissi: “Tu fai come ti pare. Io me li porto in mano” “Allora, anch’io”, concluse lapidaria. Da quel momento sentii che mi sarebbe appartenuta per la vita, come infatti è stato; e ci aveva preso tanto gusto, la giovanotta, che si fece il viaggio in treno rigorosamente scalza fino a Roma. Oltre agli scatti già presenti nella nostra galleria (John & Jane), quelli di Firenze e quelli di ventisei anni dopo, fatti a Venezia in occasione del nostro venticinquesimo: lì, per otto giorni otto siamo rimasti ininterrottamente scalzi. Ciabatte sempre al seguito, ma mai indossate; mai, nei ristoranti, bar o musei alcuno ci ha fatto storie: una sentita benedizione ai veneziani! Ecco qua. Ciò che si doveva dire è stato detto; aggiungo che io ho sessantatre anni e sono architetto; mia moglie ne ha cinquantacinque ed è dottore commercialista. E aggiungo anche che una moglie così è una benedizione! |
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PIEDIDILUNA |
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Circa due mesi fa sono giunta a questo sito interessandomi a delle particolari calzature e alla fine ho scelto le migliori che esistono: i miei piedi!!! La mia vita è stata attraversata da diversi eventi tragici ma ad un certo punto mi sono “svegliata” ed ho compreso quanto essa sia bella e perfetta qualsiasi cosa accada. Sta a noi saperla cogliere ... sta a noi non dare rilievo solo agli eventi negativi ma vedere tutti i meravigliosi colori di ogni attimo, senza portarci dietro il bagaglio di tutti gli eccessi di emozioni dolorose che ci impediscono di essere felici. Sta a noi ritrovare la curiosità e la fiducia di un bambino nell’approcciarsi alle cose senza sentirsi addosso i condizionamenti derivanti da educazione, cultura, religione e chi più ne ha più ne metta. Insomma, prendiamoci la responsabilità della nostra felicità e viviamo con e nell’amore, questo in sostanza è il mio modo di vivere. Giunta qui non ho potuto far altro, incoraggiata dalla lettura dei post contenuti sul forum, che acuire la mia curiosità bambina e iniziare a camminare scalza. E’ stato ed è un gioco riscoprire quel “pezzo di pelle” sempre mascherato. E’ straordinario “sentire” anche con i piedi, assaggiare il terreno come fosse un nuovo gusto da assaporare e appurare come, facendo un po’ di attenzione, si può davvero camminare “senza maschera” senza morire feriti da un letto di chiodi o da mille vetri che aspettano chi cammina scalzo. Non ho idea se il mio essere barefooter sarà stagionale o permanente o cos’altro, non mi pongo il problema e vivo semplicemente ogni giorno scegliendo di mettere o meno le scarpe a seconda di come mi sveglio. Ultimamente, la mia scelta è sempre la stessa e sto usando le scarpe solo la sera ma nulla è un limite se non quello che ci poniamo per cui non mi precludo di togliere del tutto le scarpe dalla mia vita, sarebbe forse un po’ come buttare il vecchio per far spazio al nuovo e potrebbe avere per me anche un significato più allargato.. Chissà! Auguro a chiunque di ritrovare la sua istintiva curiosità e di addentrarsi nel barefooting e in qualsiasi altra esperienza pensando solo al piacere di scoprire e sperimentare, solo così si può scegliere consapevolmente cosa è meglio per sé stessi. Vi lascio con un haiku che creai la prima volta che scrissi nel forum:
Scalzi i piedi/ andature d'anima/ vibrar sottile
VIVA LA VITA VIVA L’AMORE! |
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AL-PINO |
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Pare che io, essendo nato nel 1930, sia il più "diversamente giovane" dei Natiscalzi, da me scoperti solo recentissimamente. Sono quindi freschissimo di associazione al Club, ma antichissimo di pratica nel non uso delle scarpe. Nei primi anni della mia vita abitavo in Via Cannelles, nel quartiere Castello di Cagliari, a quei tempi popolato dalla gente dei sòtani. Per chi non lo sapesse, i sòtani erano povere abitazioni costituite generalmente da un solo locale a livello stradale. La porta d'ingresso era l'unica via di accesso per le persone, l'aria e la luce. Gli abitanti erano povera gente; per essi le scarpe erano un lusso assolutamente superfluo, roba che solo i "signori" si potevano permettere. In Via Cannelles non vi erano, ovviamente, solo sòtani; ma anche qualche casa signorile, abitata dal ceto medio. Io, essendo figlio del Preside della Scuola di Avviamento Commerciale, facevo parte di una famiglia di "signori". Condizione alla quale non mi resi mai conto di appartenere, in quanto trascorrevo tutto il mio tempo a correre e giocare con gli altri bambini del rione i quali, provenendo dai sòtani, erano tutti scalzi e con le candele di moccio al naso. Che potevo fare, se non togliermi le scarpe? A nulla valsero le aspre rampogne dei mie genitori, che mi vedevano arrivare a casa con i piedi neri. I mesi estivi trascorrevano sulle spiagge (Poetto e Giorgino) ove, ovviamente, andavo a piedi nudi. Tutti gli anni, a settembre, la famiglia si recava nel paese natio di mio padre, Dolianova. Anche lì, come in tutti i paesi della Sardegna, solo i "signori" portavano le scarpe. E anche lì io evitavo accuratamente di fare il "signore". Divenuto più grande, la frequentazione delle scuole e delle adunate fasciste mi impose l'uso pressoché continuo delle calzature. Ma avevo sempre male ai piedi, che costretti e stretti, si arroventavano e emanavano olezzi insopportabili. Approfittavo quindi di qualsiasi occasione per liberarmi da quella prigionia. Divenuto maggiorenne intrapresi la carriera militare nel Corpo degli Alpini. Tra le varie versioni dell'uniforme, non ve n'era una che prevedesse i piedi nudi. Dovetti adeguarmi. Ma quando mi ritrovavo a girare per le montagne "fuori servizio", gli scarponi restavano a prendere aria. Avevo quarant'anni quando comprai la prima barca a vela, che usavo solo d'estate, naturalmente scalzo. Nel 1978 diedi l'addio alle armi. Avevo quarantotto anni e avevo iniziato, insieme a mia moglie Luisa e con l'aiuto di un gruppo di volenterosi amici, la costruzione del mio quarto veliero, una goletta in ferrocemento di 14 metri. Fu il definitivo "de profundis" delle scarpe, che da quel momento indossai solo quando non potevo farne assolutamente a meno. Dopo un semestre trascorso in Arabia, sempre scalzo nel deserto, decisi con mia moglie di vendere casa e ogni altro bene per andare a vivere in barca. Le scarpe e i vestiti divennero un optional. Dal 1990 al 2008, abbiamo trascorso i mesi caldi (da aprile a ottobre) in barca e gli altri girando un pò tutti i Paesi dell'America Latina. Avevamo base in Costa Rica, in un paesino di pescatori sulle rive del Pacifico, dove l'andar scalzi era del tutto normale. Inoltre, quando stavamo nella nostra casa, al centro di un vasto terreno ai margini della foresta, anche i vestiti risultavano un inutile impiccio. Negli ultimi anni, venduta la barca e rientrati in Sardegna, mi sono reso conto che non trovo più una scarpa in cui riesca ad infilare il piede. Ultimamente ho camminato scalzo per le vie centrali di Torino, di Sassari, di Roma e di Pieve di Cadore senza destare la minima attenzione dei passanti. Non mi sono mai chiesto il perché del mio andare scalzo. Lo faccio e basta. Ciao a tutti con simpatia. |
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ALDO |
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Già, scrivere un profilo non è così semplice, viene una voglia un po’ esibizionistica di descrivere una vita… Andiamo per ordine, se ce la faccio. Da bambino avevo due frutti proibiti: il primo erano le ciliegie candite del droghiere del quartiere, appena avevo 20 o 30 lire andavo nel negozio e prendevo con ansia quel pacchettino che quell’ omone mi passava dal bancone alto come una montagna. Poi prendevo la mia biciclettina e andavo al parco dove su una panchina mi gustavo i dolci. Naturalmente non sapevo che il droghiere era amico dei miei genitori e che quindi rimpolpava il sacchettino e poi se la rideva con loro. Il secondo erano i piedi nudi, appena i miei genitori uscivano ed ero da solo mi toglievo scarpe e calze e camminavo per casa gustandomi il freddo del marmo, il caldo dei tappeti e qualche volta anche lo “sporco” del balcone (con l’ ansia di essere visto da qualche vicino). Una volta, ricordo perfettamente, essendo stato inviato dal fornaio, a sera, ormai buio, ci andai scalzo fino alla porta del negozio. Avrò avuto 8 o 9 anni ma il ricordo è indelebile. Poi al liceo ero francamente più interessato ai piedini delle mie compagne che ai miei, e lo stesso ai primi anni di università. Però iniziai a passare le vacanze in viaggio, negli ostelli, per lo più in Germania, dove trovavo quattro cose interessantissime: Volkswagen, ragazze bionde, birra e autostrade. Un po’ poco vero? Ma dai, avevo vent’ anni o poco più! Negli ostelli provavo invero una certa invidia per quei ragazzi che giravano scalzi e le ragazze scalze mi sembravano sexyssime e avrei voluto imitarli, ma alla fine pensavo comunque che le mie scarpe da tennis fossero meglio. Poi con la laurea, altro da pensare, tanto lavoro, mutuo da pagare. Però, finalmente a casa mia, alleggerii subito i piedi, rapido passaggio da pantofole + calzini -> calzini -> infradito -> nulla (diciamo da più o meno vent’ anni). Fuori non se ne parlava ancora. Però devo anche dire una cosa: la mia famiglia di origine era decisamente “tradizionale”, di quelle dove la camiciaia passava una volta all’ anno a prendere le misure degli uomini e uscire senza cravatta era inammissibile anche per un liceale. Negli anni ’80 i viaggi cominciano ad essere importanti (sempre in Europa), ma se vedo le foto dell’ epoca mi viene da ridere: pantaloni lunghi mille tasche, scarpe da ginnastica alte, camicia con un filo di manica rimboccata! E vabbè andava così. Però appena potevo le scarpe le toglievo, magari per guadare un torrente o andare alla doccia in corridoio, sempre però… un frutto proibito. Nel ’94 accade una cosa grave, mio padre muore improvvisamente, e mi convinco che devo fare qualche cosa di “grande” per uscirne. Compero una tenda canadese uguale a quella dell’adolescenza e partiamo per l’ Australia. Al ritorno sono cambiato, semplifico la mia vita e adotto i miei amati sandali per buona parte dell’anno. Poi staticità per alcuni anni, scopro l’India, mi rodo quando torno, ma di camminare scalzi fuori nemmeno a pensarlo se non in occasioni furtive come la classica pattumiera da portare in cortile anche perché penso di essere una stranezza senza riscontro negli “altri”. Ma a un certo punto conosco casualmente il vostro sito, leggendo i post mi rendo conto che non sono solo, che non sono “matto da legare” se desidero camminare scalzo. Inizia così un apprendistato. Occorre non solo abituare la pianta, ma soprattutto la mente. Ci vorrà tempo ma la volontà ce la metto soprattutto perché mi piace parecchio. Nel frattempo sono diventato allergico alle ciliegie, così di frutti proibiti me ne resta solo uno. |
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