A
Brescia by
Flavio
Ecco, ci siamo.
Mi sveglio di buon mattino con il ticchettio della pioggia che batte sul
tetto di casa, dopo una notte un po’ agitata a causa di qualche fantasma
che mi dice: “Incontrerai molta gente che conosci, ti vedrà il tuo capo
mentre calpesti un vetroooo……” e giù con stridore di denti e di
catene.
Albeggia e come si sa i fantasmi non amano molto la luce: se ne vanno
malvolentieri, lasciandomi con un sorriso sulle labbra; ma che vado a
pensare?
La mia città! Avrei mai pensato di calpestarne il centro a piedi nudi?
Il mattino non trascorre, vola!
L’incontro avviene intorno alle ore 16:00; ci sono Ares, Stefano, Paolo
F., Guidoscalzo (che si chiama Guido e che guida davvero scalzo) ed il
barefooter nuovo fiammante Gigor (aaaahhhhyyyaaaaakkkk………ah, no,
quello era Zagor).
Sono un po’ nervoso, al punto che mi presento con un paio di infradito;
Paolo mi chiede se non mi vergogno ed il corpo del reato scompare
velocemente nello zaino.
Subito una bella fotografia di gruppo, scattata da mia moglie (scarpata),
sotto lo sguardo attonito di una sorridente orientale.
E come per incanto mi distendo ed ogni timore scompare.
La meta è il centro della città, imbocchiamo Corso Martiri della Libertà
fino alla chiesa di Santa Maria dei Miracoli, sorta alla fine del 1400 e
decorata con marmo di Botticino (paese ad est di Brescia).
Una signora anziana ci si avvicina e ci chiede da dove veniamo; “Da
Milano”, tuona Stefano ed il simpatico mattacchione le fa credere di
aver percorso il lungo tragitto scalzi; lei se ne va soddisfatta con un
“Bavi! Bravi!”…….l’avrà bevuta davvero?
Pieghiamo nella Tresenda San Nicola, un vialetto che ci conduce alla bella
chiesa romanico-gotica di San Francesco d'Assisi.
Traséna o tresenda o trasenda è propriamente una piccola strada sudicia
e fetente nell'interno dell'abitato, fra casa e casa, o fra casa e stalla,
dove si gettavano, dalle porte e più spesso dalle finestre, le acque
luride e le spazzature. Estensivamente, indica anche qualunque strada
sporca, un luogo dove si gettavano le immondizie (dal tardo latino
transienda = via di transito). La cosa curiosa è che il termine è usato
nel dialetto leventinese (Canton Ticino); scopro solo ora che dialetto
bresciano, bergamasco e ticinese sono tutti e tre di ceppo gallico-celtico.
Entriamo e la visitiamo sotto lo sguardo incuriosito di un frate.
Riprendiamo la marcia lungo via Pace (con omonima chiesa) fino alla
Pallata, torre duecentesca che, forse, conteneva le casse del comune e poi
imbocchiamo corso Goffredo Mameli.
Il suolo è piacevolmente fresco, la via affollatissima come sempre;
eppure, incredibile a dirsi, passiamo quasi del tutto inosservati.
E’ davvero raro vedere qualche viso sconvolto o cogliere qualche
borbottio; facciamo sosta davanti al Palazzo della Loggia, nell’omonima
piazza, per una salva di foto di gruppo sotto gli sguardi divertiti della
gente ed assediati da un poderoso autocarro in manovra carico di terra,
che sembrava incombere minaccioso sul povero Ares………forse qualche
industria calzaturiera ha letto il nostro sito ed ha deciso di
intervenire……
La piazza è piacevolmente piastrellata, è quasi come camminare sul
pavimento di casa; ci spostiamo davanti alla Torre dell’orologio, ai
piedi della quale scoppiò la famosa bomba della strage di Piazza della
Loggia (28 maggio 1974).
Si scende leggermente in Piazza Paolo VI ad ammirare i due Duomi, Vecchio
e Nuovo, non visitabili perché in corso la cerimonia di iniziazione dei
nuovi diaconi.
Si dice scalzo = barbone, povero, ma qui veniamo assediati da due
“professioniste” che non ci mollano un momento e che capiscono
perfettamente la differenza; hai un bel dire “Non ho nemmeno le
scarpe”, ma quello che non sfugge alle due attente questuanti è che ciò
che non dovrebbe esserci nella nostra furbastra affermazione è proprio
quel “nemmeno”.
Ci ripariamo velocemente sul Colle Cidneo, che ospita la Rocca
(semplicemente “il Castello”, per noi locali). E’ lui il simbolo
della mia città, possente testimone degli avvicendamenti storico-militari
subiti dalla Leonessa d’Italia (http://www.agriturismofiordipesco.it/brescia/castello-di-brescia.html).
Ci immortaliamo davanti alla Torre dei Prigionieri (delle scarpe?).
L’interno è un po’ più impegnativo, per la presenza della ghiaia che
accarezza un po’ troppo ruvidamente le nostre suole nude.
Scattiamo un’altra fotografia davanti ad un soggetto inatteso per i miei
amici scalzi: una bella locomotiva d’epoca, la mitica n°. 1 della linea
locale S.N.F.T. (Brescia – Iseo – Edolo), le cui azioni furono vendute
nel 1992 alle Ferrovie Nord Milano.
Per gli appassionati: dovrebbe essere un modello del gruppo FS 835.(040?).
Saliamo ancora un poco, lungo gradini di pietra ed acciottolato; ci
godiamo il panorama davanti ad un freddo sole, prossimo, ormai, al
declino.
Il Castello, da solo, esigerebbe una mattinata intera; arrivederci,
dunque.
E’ tempo di ridiscendere, anche perché Guidoscalzo ha un inderogabile
appuntamento con il suo treno, solo il tempo di scattare una fotografia
commemorativa davanti ad un elegante negozio di scarpe, dietro le cui
vetrine fa capolino un’attonito gestore.
Un attimo di distrazione e di fronte a me si materializzano due ragazzine;
una di loro è talmente stupita che, quasi, non riesce nemmeno a parlare:
“Ma…..perché…….andate a piedi……nudi?”.
Resto sorpreso e preoccupato temendo un improvviso attacco d’asma;
mentre penso ad un soccorso di emergenza, Guido spiega che lo facciamo
perché ci piace e per un desiderio di naturale contatto con il suolo.
La ragazzina quasi in apnea risponde che “Qui……non c’è
la……Natura”.
Mi mordo la lingua per reprimere un’orrenda battutaccia, ma ribatto che
anche il suolo cittadino ha un suo messaggio da trasmettere.
Come un sol uomo, forse, siamo tutti in procinto di comunicare il sito
internet dei Nati Scalzi, ma la ragazzina ci raggela chiedendoci se siamo
frequentatori di una moschea. Peccato che qualcuno non abbia scattato in
quel momento un’istantanea dei nostri volti……guardo gli altri e
chiedo totalmente basito: “Ecché, c’ho la faccia da moschea?”.
Riprendiamo a marciare ridendo.
Abbracci e strette di mano e guidoscalzo si invola.
Si va a cena.
Momenti di panico: ma la macchina dov’è? Non ricordo il numero della
sala, mi sento un rincitrullito, ma si vaga senza meta.
La storia insegna e rivive: il popolo ha fame, chiede pane (o casoncelli
bresciani) ed è scalzo; si leva improvviso un grido di protesta: “Ohé,
ci porti a Milano a piedi?”, rafforzato da un terribile “Ha fatto bene
la Grimaldi a lamentarsi!”.
La vista della ghigliottina aguzza il mio ingegno ed improvvisamente mi si
accende una lampadina; si esce all’esterno e si guadagna un piano.
Eccola, la preziosa autovettura.
Facciamo qualche fotografia alle suole annerite più dall’autorimessa
che dall’asfalto cittadino.
Consiglio un posticino di cui sono cliente abituale; entriamo con un paio
di infradito.
Non è luogo da abito particolarmente elegante, altrimenti non sarebbe il
mio posto, però nemmeno da piedi totalmente nudi.
Mi fermo qui, perché credo sia giusto che il giudizio lo emettano gli
amici scalzi.
Peccato che orari ferroviari ed un concomitante sciopero di categoria ci
abbiano costretti a stringere i tempi e ad effettuare un’affannosa corsa
verso la stazione.
Perdonate la mia prolissità, ma non potevo essere troppo ristretto a
fronte di un’esperienza per me così cruciale.
Ancora un abbraccio ed un caloroso ringraziamento a tutti i simpaticissimi
compagni di avventura, con i quali, purtroppo, le ore sembrano minuti.
Il benvenuto a Gigor ho preferito darlo di persona; a lui non posso che
esprimere tutto il mio stupore e la mia ammirazione per la sua
“carriera” lampo.
Questa sì è decisione e convinzione!
Scrive, si presenta, decide di fare un’escursione scalza con emeriti
sconosciuti e si comporta come un vecchio barefooter.
Veni, vidi, vici!
Alla prossima.
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